Io sono sostenibile

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Si è chiuso il #tempodelledonne a Milano, tre giorni di confronti tutti al femminile per mettere in moto energie rosa con l’obiettivo di costruire un mondo migliore. Meno perfetto, forse, ma più equilibrato. Possibile? Intanto non ho potuto fare a meno di segnarmi in agenda il titolo che mi interessava e sono scesa a La Triennale nel primo pomeriggio di venerdì per assistere allo scambio di idee sul tema ‘Io sono sostenibile’, condotto da Camila Raznovich: congetture plausibili data una mini riflessione sulle risorse disponibili. La discussione si è aperta con la più classica delle domande possibili: Cosa vuol dire ‘essere sostenibili’? La lista delle risposte, senza nulla togliere agli ospiti intervistati, ovviamente non ha potuto che comprendere tutta quella serie di veraci ovvietà che purtroppo non hanno mai condizionato l’atteggiamento degli indifferenti. Pensare al mondo che consegneremo alle prossime generazioni. Essere consapevoli del tragico impatto dei cambiamenti climatici. Ammettere che stiamo conducendo uno stile di vita scellerato. Rendersi conto dello sfruttamento di risorse nascosto dietro a ogni prodotto che compriamo. Convenire sul fatto che siamo dannatamente spreconi: il 30% della nostra spesa finisce nella spazzatura e il 30% dei capi che accumuliamo nel guardaroba è inutilizzato. Riconoscere che il consumismo ha raggiunto livelli smisurati. Riuscire ad assegnare quel costo spropositato che meritano ai nostri comportamenti sbagliati. Confessare che il nostro benessere è spesso fondato sul malessere altrui. Riconoscere uno stato d’imbruttimento diffuso. Specificare a quale tipo di crescita ci riferiamo quando parliamo di aumento del PIL. Aiutooo! Quante volte abbiamo ascoltato questi discorsi? Tanti. E lo sappiamo tutti benissimo che dovremmo modificare abitudini. Il punto è che chi persiste nell’inquinare se ne frega bellamente delle ripercussioni globali del proprio comportamento e non partecipa ai vertici sull’ambiente. Eppure la trasformazione del paradigma è necessaria ed è legata alla somma delle azioni quotidiane di oltre 7 miliardi di persone. E siamo in crisi. Più che in crisi, si dice in conferenza ed è interessante, in pieno cambio d’epoca. Da un novecento basato sullo sviluppo industriale a… ? Non è dato sapere. La risposta non esiste. Perché non è possibile prevedere dove ci porterà quella metamorfosi che alcuni di noi sono stati costretti ad accettare per forza. La discussione ciondola pacatamente da una considerazione all’altra sino ad approdare alla più amara delle autocritiche. Abbiamo cresciuto i nostri figli con un’idea di consolazione troppo materiale. Una scorciatoia imbarazzante. Silenzio. E poi si arriva alla domanda cruciale: ‘Come possiamo fare, quindi, per favorire il doveroso cambiamento? E qui parte un’altra raffica di soluzioni che più o meno adottiamo pur essendo assolutamente consapevoli dell’intrinseca debolezza di una buona intenzione che va a scontrarsi con l’urgenza di risolvere un problema in tempi sufficientemente rapidi. Informare. Prendere atto del fatto che nulla è gratis. Porci più domande su quello che compriamo. Essere meno pigri. Reintrodurre l’educazione civica a scuola. Sostituire l’io con noi. Leggere più favole. Ricordarci che su questa terra siamo solo dei viaggiatori di passaggio. Non rimandare. Sarà abbastanza? Chi lo sa. Perché chi sa, sa. Chi non sa, non vuole sapere. E allora è possibile migliorare davvero? E’ una sfida, si mormora in sala. Una prova collettiva alla quale ciascuno di noi è chiamato a dare un contributo. Slow Town nel suo piccolo vuole partecipare mettendo in scena il buon esempio. Meno teoria, tanta pratica. Esempi concreti, tangibili e comodamente raggiungibili di progetti in linea con quello che viene definito sviluppo sostenibile da praticare con soddisfazione. In parole povere, qualche proposta fuori dall’ordinaria routine da sperimentare senza rinunciare al piacere. Cosa c’entrano in tutto questo le donne? Sono le più sensibili sull’argomento nonché le principali responsabili della spesa di casa. Una grande rivoluzione passa per forza dal loro carrello.

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