Galleria Vittorio Emanuele, Le Passage Couvert

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La nostra città ha un ombelico, ebbene sì: Galleria Vittorio Emanuele, un’opera monumentale che è stata inaugurata nel 1867 e che va riscoperta pensando a quando è stata concepita. Era il risorgimento, anni caldi e concitati, che videro susseguirsi svariate insurrezioni lungo tutta la nostra penisola per portare progressivamente all’unità d’Italia e alla nascita di uno stato liberale, fondato sul diritto e gestito da una nuova classe sociale: la borghesia. A Milano, intanto, si discuteva da tempo sulla necessità di dotarsi di una piazza all’altezza del Duomo visto che sino ad allora la facciata della cattedrale era stata sacrificata da borghi medioevali che ne oscuravano la magnificenza. Fu istituito un concorso a cui partecipò anche Giuseppe Mengoni, un outsider di Bologna, che finì per vincere con un’idea coraggiosa che portò tra varie polemiche alla demolizione del coperto dei Figini e dell’isolato del Rebecchino per lasciar spazio a un ampio rettangolo cinto da portici e a un passaggio coperto da utilizzare in caso di mal tempo per collegare il simbolo spirituale della città con il suo simbolo culturale. Al centro una sontuosa galleria con il cielo in vetro sorretta da uno scheletro di metallo come prevedevano le più recenti tendenze delle capitali europee che approfittavano di rivoluzionarie tecniche di costruzione per far sorgere ardite strutture. E così, nonostante qualche parere contrario al brutale trionfalismo che stava per sopprimere antichi quartieri, nacque Galleria Vittorio Emanuele II, massima evoluzione dei passage couvert tanto in voga, che verrà dedicata dal popolo a quel re gentiluomo che aveva guidato il paese verso l’unificazione dopo quasi 1000 anni di divisioni e discordie. I lavori furono finanziati dapprima attraverso gli introiti di una lotteria indetta apposta che però non riuscì a raggiungere le somme necessarie e poi dai fondi raccolti da un magnate di Londra con la City of Milan Improvements Company Limited. L’operazione andò a buon fine e due anni dopo i portici vennero accolti con entusiasmo da un bagno di folla eccitata che camminava con il naso all’insù tra una parata di negozi, caffè e librerie. Le 96 vetrine diventarono in breve quanto di meglio potesse offrire la città in fatto di lusso. Biffi, Campari, Prada tra i primi arrivati laddove ancora oggi si può ammirare l’arredo originale in stile art déco comprato dal nonno di Miuccia e affacciato sull’ottagono. La vita teatrale ben presto si riversò al Savini dove brulicavano impresari, artisti in cerca di scritture, giovani scapigliati in lotta contro la tradizione e anticipatori della futura avanguardia mentre nei salotti si sorseggiava la dolce belle époque. Era impensabile organizzare un viaggio a Milano senza far quater pass in Galleria, uno spazio intimo e quasi clandestino: strada e casa al tempo stesso al riparo da traffico e fango con un microclima capace di mitigare i rigori dell’inverno e attenuare i bollori dell’estate. Un percorso piacevole, protetto e illuminato dall’alto. Il vetro aveva permesso di risolvere il problema della luce con coperture spioventi che divennero volte spaziose per poi approdare al capolavoro del prode ingegnere che osò addirittura una cupola di proporzioni michelangiolesche al centro dei due bracci. L’opera fu conclusa nel 1877 con un trionfale arco d’ingresso ma anche con la morte dell’autore che cadde dagli spalti mentre sistemava l’ultimo decoro. Il progetto integrale, quindi, non fu mai realizzato. Mancano il Palazzo dell’Indipendenza previsto davanti all’attuale Palazzo Carminati a filo dei due porticati a destra e sinistra del Duomo e la loggia reale che in seguito diventerà l’Arengario. Un vero peccato. La galleria divenne in ogni caso il fulcro della vita cittadina ed emblema della vocazione internazionale della neonata nazione: le quattro lunette sotto la cupola e sopra lo stemma di Casa Savoia, infatti, rappresentano i quattro angoli del mondo: America, Asia, Europa, Africa. La società stava per imboccare la strada del progresso con il suo primo ‘centro commerciale’ mentre Milano si avviava a diventare capitale economica del paese nonché sede dell’intellighenzia con importanti testate giornalistiche. Nasceva la civiltà del benessere che molto più avanti si tradurrà in consumismo ma in quel momento si celebrava l’operosità di un’industria basata sui valori della fatica, della serietà e della concordia. Più avanti, lo scettro dello shopping passerà a Montenapoleone per poi essere ripreso in mano piuttosto recentemente da un gruppo di privati intenzionati a riportare i portici agli antichi sfarzi attraverso un grandioso restauro che oggi ci permette di ritrovare non solo il nostro salotto ma anche un pezzo di storia e tradizioni. Ed ecco a voi, Galleria Vittorio Emanuele, come nuova. Evviva!

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3 comments

  1. Elisabetta Pascale

    Un bellissimo articolo che ti fa tornare indietro nel tempo.. Da leggere tutto d’un fiato!! Complimenti!

    Un salutone
    ..e se ti va di passare (e leggere) qualche mia creazione ho scritto il mio primissimo articolo!

  2. Pingback: Slow Town Milano Agenda | slow town

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