Riaprire i Navigli, un sogno realizzabile

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Dopo la riapertura della Darsena, che ha emozionato tutti, ci è stato proposto un passo ancora più ardito: riaprire l’intero sistema dei Navigli. Un sogno, una follia o un progetto vantaggioso? Può sembrare anacronistico tornare a una Milano città d’acque, eppure l’idea ha tutte le carte in regola per diventare realtà ed è stata giudicata fattibile dall’illustre Politecnico: analizzato l’impatto reale, si stima che i benefici superino i costi. Perché mai quindi non darci la possibilità di ripensare un piano urbanistico obsoleto e figlio di un periodo non particolarmente felice? Il fascismo era mosso da istanze di potere, pulizia e velocità. Valori che non ci appartengono più. La tombinatura portata a termine nel 1929 mirava a far spazio alle macchine che oggi creano smog e congestione. Un unico gesto brutale ha distrutto un patrimonio di valore mondiale che meritava il riconoscimento UNESCO. Esistiamo come città perché qui c’era l’acqua. Una palude, per la verità, che l’uomo ha saputo trasformare in una fertile pianura. Milano è sempre stata ricca perché è riuscita a coltivare i campi grazie a estese reti irrigue e a sviluppare un florido commercio grazie a un vasto raccordo fluviale. Ancora oggi la Lombardia rappresenta uno dei territori agricoli più produttivi di tutta Europa e costituisce la prima regione italiana per numero di vie navigabili. E allora che è successo? Niente, un errore. Un antico fossato del XII secolo edificato fuori dalle mura medievali per difenderci dal Barbarossa è stato trasformato in una pericolosa autostrada. Otto secoli di lavori che hanno consentito di collegare il Ticino e l’Adda al Po e all’Adriatico sono stati cancellati quando il Naviglio Grande è stato il primo naviglio della storia europea; tutte le case del centro storico, compreso il Duomo, sono state costruite grazie alla sabbia e al marmo che sono arrivati in Sant’Eustorgio e poi al Laghetto attraverso la Conca di Viarenna dal Lago Maggiore; il Naviglio Martesana esiste per volere di Francesco Sforza che verso la metà del XV secolo desiderava collegarsi al Lago di Como; i dislivelli del terreno che non favorivano la navigazione sono stati risolti da fior di studiosi tra cui Leonardo da Vinci, al servizio di Ludovico il Moro, che ha supervisionato la Conca delle Gabelle e di San Marco per fare in modo che le acque dell’Adda scivolassero agevolmente nella cerchia interna per poi defluire verso il Ticino. Ciumbia. L’ultimo tassello, invece, è stato completato per ordine di Napoleone che voleva raggiungere Pavia da Milano attraverso il Naviglio Pavese. Sennonché, all’apice del fulgore della preziosa e delicata rete, verso la metà del ‘800, quando la Darsena era uno dei principali porti d’Italia per volume di merci trasportate, subentrarono mezzi più veloci e meno costosi come le auto e i treni: fiumi e canali si rivelarono poco efficienti, l’irrigazione venne risolta con falde sotterranee e i navigli iniziarono a puzzare perché la rete fognaria non funzionava. E il tutto divenne inutile. Forse. Come dire meno fedeli in cattedrale, facciamo largo a un parcheggio. Lecito chiedersi se fosse opportuno. Pensando al domani sicuramente no perché abbiamo perso un pezzo di storia nonché un’opera di indiscutibile valore e autentico fascino per diventare una città poco attraente in cui i visitatori permangono al massimo due giorni: conclusi gli affari se ne vanno, non stanno bene qui. Potremmo anche esserci abituati a non respirare e ad avere poco verde ma non è confortante sapere di essere poco competitivi nei confronti di altre città che hanno risolto più brillantemente di noi il tema della vivibilità urbana riuscendo a coniugare business e offerta culturale molto serenamente. Parigi, Londra o Amsterdam offrono una qualità ambientale migliore di noi laddove siamo la capitale del design nonché una delle passerelle internazionali più importanti per la moda. Come scalare la classifica? Riaprendo i Navigli, unica chance. Chi lavora nel marketing non può non ammettere che si tratta dell’unico tratto distintivo che abbiamo da giocarci. Non saranno i grattacieli insomma, un banale me too, a portarci in alto ma l’eventuale recupero della nostra identità. Creare un corridoio ecologico significa riattivare la connessione al sistema regione e trovare una trama narrativa che riesca a collegare tutto il patrimonio artistico che di fatto era incastonato sulle sponde dei canali. Un’infrastruttura idraulica per mettere in comunicazione Cascina de’ Pomm con la Darsena, come una volta: 8 km di acqua dell’Adda per riattivarne 140 e riportare in equilibrio un sistema interrotto proprio nel suo centro. Immaginiamo: il Martesana anziché interrarsi a Melchiorre Gioia continuerebbe a scorrere verso ai Bastioni per arrivare al laghetto di San Marco, el Tumbun, sfociare in Via Fatebenefratelli, passare da Piazza Cavour, deviare in Via Senato, proseguire sino a Francesco Sforza, Molino delle Armi e De Amicis per poi collegarsi alla Conca del Naviglio e proseguire verso sud: 2 ore e 20 per scendere, 2 ore e 40 per salire. Dai bateaux mouches si godrebbe un panorama di tutto rispetto: Palazzo Sormani, l’Umanitaria, i Giardini della Guastalla, l’Università Statale e il Parco delle Basiliche. Tutti gli aspetti progettuali sono stati calcolati nel dettaglio: urbanistici, idraulici, ambientali, energetici, sociali. Sì, è vero, bisognerebbe riorganizzare il traffico ma parliamoci chiaro la città del futuro non sarà a misura di macchina ma di uomo all’insegna di un maggiore benessere pertanto si utilizzeranno sempre di più mezzi pubblici, biciclette e anche barche, perché no. La MM4 sostituirà le quattro ruote e avremo a disposizione una lunga pista ciclabile lungo tutta l’alzaia. Gli accessi carrai saranno garantiti, tranquilli, e si prospettano innumerevoli vantaggi: un paesaggio migliore, un ambiente rigenerato, una maggiore attrattività internazionale, una rivalutazione immobiliare, la possibilità di creare nuovi spazi verdi, l’occasione per ripensare la mobilità, più redditività per le attività di ristorazione e alberghiere, recupero di aree poco valorizzate, riqualificazione di edifici poco riusciti, sfruttamento di energia rinnovabile, riequilibrio idraulico, contenimento del Seveso, riduzione del rischio idrogeologico, rispristino del rapporto tra città e campagna, riattivazione della relazione tra il centro e la periferia, nuove opportunità per il tempo libero, valorizzazione di itinerari d’arte. Esiste un rapporto di 900 pagine da studiare prima di sollevare obiezioni. Progettare è nel nostro DNA, non saranno mica 6 anni di opere pubbliche e 400 milioni di euro di spese a intimidirci quando ne guadagneremmo oltre 800? Un sogno che rivoluzionerebbe il nostro destino con un’unica avvertenza: le acque devono essere pulite. Ora lasciamo la fantasia libera di navigare. Commenti, non politici, ben accetti.

Riaprire i Navigli è il progetto più avanzato che la cultura urbanistica e architettonica milanese potessero offrire ai cittadini. E’ firmato dal Politecnico, commissionato dal Comune di Milano, promosso dall’Associazione Riaprire i Navigli.

Finito di chiudere l’articolo, ricevo una telefonata da mio padre, architetto, classe 1934, laureato al Politecnico. Ogni tanto mi chiama per sapere come sto: ‘Senti ma tu e i tuoi amici avrete pensato vero che se l’acqua non gira finirete per creare uno stagno’. ‘Sì, papà, l’acqua tornerebbe a scorrere meglio a una velocità considerata sufficiente per favorirne il riciclo’. ‘Se lo dite voi’. Clic.

L’audacia ha in sé genio, potere e magia.
Palazzo Marino, Milano, 15 giugno 2013

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