Giardini e Scambio, Expo 2015

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Expo si sta rivelando una delle esperienze più formative della mia vita: non sto diventando più ricca, anzi, ma più colta di sicuro. Magari un giorno tutto questo si tradurrà anche in più soldi ma al momento ciò che mi interessa è capire, cogliere l’occasione per studiare ciò che sino a ora è stato escluso dagli argomenti che ho trattato durante il percorso di studi o per lavoro. Entrare nei padiglioni significa aprire porte su realtà sconosciute, approfittare di varchi per comprendere la realtà di popoli lontani, assaggiare il sapore dell’altro. Che aggiungere? Avanti tutta.

IRAN – Capitale: Teheran
16.-te-allo-zafferano-padiglione-iran-expoIl padiglione dell’Iran è uno di quelli che mi ha ‘fregato’ nel senso di ‘stregato’. Ero felice di entrarci perché sapevo poco di questo paese ma l’approfondimento alla fine si è rivelato piuttosto faticoso perché insistere sulla sua storia ha significato andare indietro di circa 7.000 anni quando ancora non esisteva il petrolio o, meglio, quando i combustibili fossili non erano ancora la nostra ossessione principale. Tanto per iniziare l’Iran si è chiamato Persia sino al 1935. E qui già diciamo che il pensiero si dirige più verso i colori delle spezie che non verso il grigio raffineria ma il mio viaggio, in realtà, è partito da una banale domanda. Entrata nello stand, avevo iniziato a seguire da brava bambina tutto il video che scorreva dietro ai vasi di piante tipiche di questa porzione, molto estesa per la verità, di medio oriente. Dopo aver preso nota delle coltivazioni più importanti, l’attenzione mi è scivolata sui decori del pavimento: ‘Pesci rossi – Perché?’. E salta fuori che l’Iran festeggia il capodanno il 21 marzo, ovvero il giorno dell’equinozio di primavera. L’usanza che trova radici nell’antichissimo zoroastrismo, professato da Zarathuštra, precede l’avvento di religioni monoteiste più note. La festa dura 13 giorni e si chiama Naw-Rúz, ovvero rinascita: si dispongono sul tavolo sette oggetti che iniziano con la ‘S’ più una serie di altri simboli ben auspicanti tra cui appunto un vaso di pesci rossi che significa ‘vita’ per poi concludere con un mega picnic all’aperto in cui tutte le famiglie si immergono nella natura. Mele, aceto, fiori, aglio, frutta secca, datteri più un germoglio che al termine delle due settimane va gettato rigorosamente in acqua per far sì che scorra via. L’Iran con un passato millenario e un mosaico di tradizioni che partono da quelle nomadi per includere influssi arabi, turchi, bizantini, mongoli e un regno che nel periodo più florido ha spaziato dalla Grecia sino all’India diventa ufficialmente islamico, nella declinazione sciita, solo dopo il VII secolo. Il suo territorio include vette innevate che salgono oltre i 4.000 metri ma anche deserti interrotti da floridi giardini grazie alla presenza di antichissimi qanat: lunghissimi canali sotterranei che prendono l’acqua da falde freatiche per portarla in zone aride dando magicamente origine a piccoli paradisi profumati di rose e giacinti dove in teoria sarebbe stato il nulla. Non è possibile comprendere la cultura di un popolo così multiforme in poco tempo ma una breve sosta nella sua cucina consente di intuire molto: mai assaggiato nulla di più seducente. I piatti iraniani, speziati ma non piccanti, regalano sapori davvero intensi e sono anche salutari perché utilizzano verdure, riso, noci, erbe e molte polveri benefiche tra cui lo zafferano di cui l’Iran è primo esportatore nel mondo. Se non ho capito male mangiare, in questo stato, significa anche rafforzare il carattere: qualche petalo nelle pietanze potrebbe conferire poteri speciali. Che dire? Mi ha affascinato tutto: i melograni, i fichi, i pistacchi, il crespino che cresce solo qui e i tappeti che di fatto rappresentano oasi fiorite. Lo sapevate? Non deve essere semplice uscire dal vortice del petrolio, dell’inquinamento e delle emissioni industriali per chi ha un’economia fortemente legata all’industria estrattiva soprattutto se le condizioni interne non sono particolarmente ‘stabili’ e non favoriscono investimenti in tecnologie, infrastrutture e istruzione ma… quando si parla di cibo si entra nel mondo delle cose belle. Per un attimo tutto si ferma. Ed è pace. Per certi versi inizio a pensare che questo sia uno dei valori aggiunti di Expo 2015: fermare la palla sulla tavola. Non c’è tempo per altro.

MAROCCO – Capitale: Rabat
3.-padiglione-marocco-expo-2015Il Marocco è senz’altro più semplice: molti di noi hanno viaggiato minimo su Marrakech oppure si sono spinti addirittura verso le capitali imperiali se non anche tra le dune del Sahara. C’è un non so che di familiare nel padiglione maghrebino. Atmosfera d’oriente. Sapore di souk. Voglia di esotico. Ed è così: il paese conosciuto durante le vacanze ci ripropone esattamente tutto ciò che abbiamo scattato durante la nostra suggestiva permanenza, se c’è stata. Mancano solo i minareti e la possibilità di rilassarsi in qualche hammam per completare il quadro. E’ come entrare in un mondo conosciuto e rassicurante con la possibilità di portarsi a casa qualche informazione in più: il Marocco si rivela primo produttore al mondo di capperi e fagiolini extra fini, terzo produttore al mondo di zafferano, quinto produttore al mondo di mandorle e olio di oliva senza contare laute esportazioni di frutti di bosco, agrumi, uva, fichi, melagrane, pomodori, cereali ma anche miele e olio di argan per chiudere con sardine, polpo e tonno grazie all’incredibile pescosità delle coste atlantiche. L’incredibile offerta alimentare di questo paese affacciato sul Mediterraneo che non esclude rilievi boscosi non deve però stupire perché sono in atto grandi sforzi rilanciarne l’economia puntando proprio sull’agricoltura, settore che vede ancora impegnata larga parte della popolazione. Siccità e inondazioni, dunque, analfabetismo, reti stradali non completamente asfaltate, cure sanitarie e acqua potabile non sempre garantite, bidonville urbane e disoccupazione pian piano stanno lasciando spazio alla modernizzazione grazie a investimenti sul fronte delle infrastrutture e delle nuove tecnologie che incentivano l’afflusso di capitali esteri e il commercio. Ultima buona notizia. Il Marocco si sta muovendo anche sulle rinnovabili con impianti in costruzione che potrebbero rifornire di energia solare tutta l’Europa.

QATAR – Capitale: Doha
7. qatarIl Qatar è uno dei paesi con il reddito pro capite più alto del mondo grazie a ricchi giacimenti di petrolio e gas naturale. Tuttavia, il suo clima arido determina una terra brulla e rocciosa con gravi problemi di desertificazione e pochi terreni coltivabili. Pertanto, per quanto riguarda il cibo, l’emirato deve fare affidamento quasi completamente sulle importazioni. Ecco spiegata l’enorme sensibilità di questo paese nei confronti della sostenibilità. Il raccolto diventa fondamentale tanto che il padiglione è dedicato al jefeer, una tipica cesta locale ottenuta con foglie di palma intrecciate. Abbondanza e carestia. Due leit motiv che portano l’attenzione sulla necessità dello scambio per un popolo che conserva un’anima nomade abituata a dormire sotto le stelle. L’utilizzo di tecnologie all’avanguardia consente di coltivare anche nella penisola arabica e di desalinizzare l’acqua marina ma il Qatar deve spingere sulla cooperazione: in questo villaggio globale, nessuna nazione può vivere isolata. Lo stato offre sostegno alle vittime di guerra o di calamità naturali e fa parte del programma Global Dryland Alliance che lotta contro la siccità per preservare l’ambiente: lo squallore della fame deve essere considerato un rischio per l’intera umanità, peggio di qualsiasi minaccia nucleare. Ben detto. Se non basta la carità, meglio ricordare cosa rischiamo a infischiarcene. Economia politica. Esame del primo anno della facoltà di economia e commercio. Se non sei buono, almeno fatti du’ calcoli.

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