Bellezza e Futuro, Expo 2015

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Ed eccomi alla fine di questo bagno di mondo che ci è stato concesso da Expo 2015. Ultimo post sui padiglioni presenti: l’Italia passa la palla agli Emirati Arabi Uniti per un prossimo appuntamento nel 2020. Mi mancherà tutto, tanto. Era eccitante svegliarsi la mattina con la possibilità di scegliere se andare al sito o scrivere a casa, se assaggiare qualche prelibatezza sconosciuta o trattenermi in città, se scattare qualche altra foto o scaricare l’immensa quantità di materiale raccolto che persino di notte non trovavo pace. Ultimi tre approfondimenti per, poi, passare a qualche sudata riflessione.

ITALIA – Capitale: Roma
24. albero-della-vita-rosa-expo-2015L’Italia, paese ospite della XXXV Esposizione Universale. Feeding the planet, energy for life: un messaggio radicato nella terra a forma di stivale da tempi immemorabili che va a pescare più nella memoria delle nonne che in celebri programmi di master chef. C’è qualcosa di magico che lega il patrimonio artistico più vasto del mondo con il luogo che lo custodisce e in cui si mangia meglio. Cultura e cucina. Buon gusto. Made in Italy. Un dono. Tutti apprezzano e vorrebbero poterlo dire. E pensare che non si tratta di materie prime. O meglio, non è perché possediamo grandi risorse minerarie o naturali. La nostra produzione agricola non soddisfa nemmeno più il fabbisogno nazionale. E’ la capacità di trasformare, creativamente, qualcosa in qualcos’altro di eccellente. Saper fare, la differenza. Nonostante dubbi, difficoltà e limiti. Sarà così tanta bellezza diffusa ad aver stimolato l’emisfero destro del nostro cervello. L’Italia sa inventare ed eccola arrivare sul sito con il simbolo universale dell’esistenza: l’albero della vita che è andato a toccare il cuore degli avventori, che ha strappato qualche lacrima, che ha suscitato l’emozione di essere stati qui riuniti a celebrare il miracolo della diversità dell’essere umano. Fuori gli attriti, dentro la pace. Per sei mesi, ci si è concentrati sul piacere dello scambio assaporando ogni incontro, persino in coda. L’Italia rimane fedele a una vocazione di accoglienza. Meta turistica tra le più apprezzate da sempre con capolavori, scorci, borghi, decori, paesaggi, storie che lasciano attoniti come si è potuto constatare ancora una volta all’interno del padiglione a specchi soprattutto dopo aver percorso in lungo e in largo tutto il decumano. Culla della civiltà occidentale per secoli, ombelico del globo, madre dell’inferno, del purgatorio ma anche paradiso, patria del rinascimento, regno unito dal 1861. E i contadini si trasformano in operai. E sorge l’industria. Poi, il terziario. Sino a oggi quando rappresentiamo una delle principali potenze economiche mondiali ed è bene ricordarlo perché troppo spesso diamo per scontato ciò che ci circonda. Allora, l’Italia s’è desta di nuovo per fare in modo che tra un tavolo e l’altro scorresse l’allegria del confronto. Uno stato che esporta lavoro di qualità quando non si perde in conversazioni dimentiche dell’eleganza: moda, alimentari, arredo e meccanica perché nonostante ciò che si possa immaginare un territorio collinare sebbene baciato da un clima mite e mediterraneo non favorisce coltivazioni su larga scala possibili solo in pianura ma piccole produzioni e, infatti, vantiamo il maggior numero di certificazioni alimentari DOP e IGP del pianeta con quasi 5000 specialità locali. Ecco dove sta la biodiversità italiana. Nelle regioni, nella piccola impresa, nei dialetti, nelle tradizioni che attraversano la penisola dalle Alpi alle isole per andarsi a chiudere in ricette uniche e complementari. A nord frumento, mais, riso, soia, uva. A sud ortaggi, pomodori, agrumi, frutta, olive. Preziosi e delicati frammenti che raccontano un’insospettabile sostenibilità. L’Italia è il primo paese in assoluto per sicurezza alimentare, per numero di aziende biologiche e per reti di fattorie a km 0 con un secco no agli OGM e il più basso numero di prodotti con residui organici laddove il futuro intravede più campi sottratti dai giovani al cemento. Il gran tour si chiude con la Carta di Milano e un preciso impegno. Il cibo come diritto umano fondamentale: uguale suolo fertile, aria pura, acqua pulita e la giusta quantità di energia dal sole. Pertanto, meno emissioni di anidride carbonica, meno chimica, meno rifiuti, meno coltivazioni intensive, meno sfruttamento delle risorse ittiche, meno deforestazione, meno sprechi, meno eccesso di consumi, più giustizia. Quando si dice un popolo di naviganti, poeti e sognatori. E’ stato un bel viaggio.

SANTA SEDE – Città del Vaticano
4.-padiglione-santa-sede-expo-2015La terra ci è stata data ed è stata fondata con sapienza: tutto è importante, tutto è legato, tutto è necessario. Nessuno è superfluo. Ogni creatura è complementare all’altra. Gli ecosistemi, prima dell’intervento dell’uomo, erano perfetti e ci garantivano il nostro pane quotidiano. Nostro nel senso di tutti. Quotidiano nel senso di giusta quantità. Non è possibile pensare al degrado ambientale senza riflettere sulla crisi etica dell’uomo. L’indifferenza che mostriamo nei confronti del grido della terra è la stessa che manifestiamo nell’ignorare la denutrizione dei più poveri. Solo una comoda rassegnazione ci può permettere di adottare comportamenti evasivi quando le ferite provocate da un antropocentrismo esasperato stanno mettendo a rischio la vita sul pianeta e non saranno soluzioni tecniche a risolvere il problema o i poteri magici del mercato perché l’unico progresso possibile consiste in un mondo migliorato, ecco l’unica cosa che dovremmo lasciare ai posteri, non certo un giardino deturpato. Profitto, rendite e reddito non guideranno il cambiamento necessario. Saranno un principio di bene comune condiviso e il senso di un destino universale a portarci a cooperare e, si spera, a trainare una politica ancora troppo condizionata da interessi specifici. Rendiamo grazie. Il marketing genera bisogni compulsivi che non riempiono il cuore e l’accumulo di oggetti non darà mai la gioia cercata. L’umanità del XXI secolo dovrebbe superare l’individualismo e rigenerare i suoi valori. Solo in questo modo sarà possibile risolvere i due problemi preminenti dell’inquinamento e dello sviluppo del terzo mondo. La violazione dell’equità distributiva genererà sempre violenza e la guerra provoca danni. Dal dominare senza porsi limiti a contemplare, custodire, coltivare. Dal consumo sfrenato al risparmio. Dallo spreco a desideri disciplinati. Il cibo in questo senso diventa simbolo del nostro rapporto con il divino, con gli altri, con la natura. Recuperare un sano legame con il creato significa ristabilire grandi fini e ammettere che una crescita infinita non è possibile e nemmeno necessaria visto che il benessere deriva dall’incontro, dall’appartenenza e dalla possibilità di relazione. L’istanza locale a questo punto diventa importante perché è lì che si può creare senso comunitario, amore per la terra e responsabilità laddove ogni cultura dovrebbe prendersi cura del suo orto e preservare le sue specie poiché non esistono ricette uniformi. Focalizzarsi sui risultati di breve termine porta a trascurare gli impatti deleteri delle nostre scelte e a compromettere una biodiversità che non potremo mai più recuperare. Rallentare la marcia significa, invece, riallinearsi a ritmi ecologici. Non ci sarà guarigione, insomma, senza un essere umano nuovo. Senza imprese al servizio di una società più giusta. Senza progetti che generino processi di valore. Rallentare la produzione. Incanalare le energie in strade alternative. Liberarci dall’ansia. Costruire una rete internazionale. Una sfida che potrebbe unire la grande famiglia globale. Consumare cibo insieme, quindi, diventa condivisione, amicizia, dialogo, cura. Non di solo pane. Siamo stati ridotti per troppo tempo a una dimensione di bisogno fisico quando siamo fatti di corpo, mente e spirito. Il padiglione della Santa Sede andrebbe letto insieme all’enciclica Laudato sì. Tutto è carezza. Franciscus.

EMIRATI ARABI – Capitale: Abu Dhabi
3.-padiglione-emirati-arabi-uniti-expo-2015
Emirati Arabi Uniti
, un miraggio, uno dei padiglioni più ambiti di Expo 2015. Splendido, elegante, sinuoso. Un progetto di Norman Foster che riprende le dune di un deserto che copre l’85% del territorio di uno stato che esiste come entità unita solo dal 1971 quando sette emirati si riunirono in una federazione. Un popolo ricco, grazie a petrolio e a gas naturale, ma molto legato alle sue tradizioni e a un passato che ha messo a dura prova le capacità di sopravvivenza dell’uomo in un ambiente ostile. Piogge scarse, temperature che non scendono sotto i 10 °C d’inverno e che salgono sopra i 48 °C d’estate, carenza di terre coltivabili. Impossibile dimenticare cosa voglia dire confrontarsi con la sfida del cibo. La palma da datteri diventa a questo punto simbolo di vita nella penisola arabica perché i suoi frutti si sono rivelati ideali per nutrire i beduini durante lunghi viaggi. People not money make a great country è uno dei messaggi più belli che sono passati sul sito. Tradotto: usare i guadagni per creare infrastrutture, scuole, ospedali, coscienti del fatto che le generazioni di domani vivranno in un mondo molto diverso dal nostro e vanno preparate. Ed ecco sorgere il tema della prossima Esposizione Universale: Connecting minds, creating the future. Nessuno stato singolo sebbene preminente può affrontare con successo le prove della nostra epoca: sostenibilità e mobilità. L’ambiente naturale va preservato. Acqua. Energie pulite. Habitat sani. Sono attesi 25 milioni di visitatori all’appuntamento con Dubai dove la parola d’ordine è collaborare: Imagine people from all nations working and dreaming together to create solutions for a better future. Detto tutto, quindi, quello che è stato detto sino a ora si sta per aprire un enorme hub nel centro di Menasa, crocevia tra oriente e occidente, dove far germogliare idee intelligenti da tutto il mondo perché è ormai chiaro che esiste un unico modo guardare avanti: insieme. Expo 2020. Chissà se avrò l’onore di scriverne ancora. Nel mentre, ho cinque anni per riprendermi. À bientôt.

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