After Expo 2015, Dubai

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Ed eccomi al post di riflessioni finali su Expo 2015. A due mesi di distanza dalla chiusura dell’Esposizione Universale sono riuscita a condensare un’opinione il più possibile onesta ed esaustiva sul Millennium Goal che ha condotto oltre 145 paesi a confrontarsi a Milano sul tema del cibo e della salute dell’intera popolazione del pianeta. E’ servito riunirsi? Sì, certo. A fare il punto della situazione. Adesso, però, tocca a ognuno di noi decidere cosa fare.

La domanda posta da Expo 2015 ai paesi partecipanti era più o meno questa: nel 2050 saremo in circa 9 miliardi sulla terra. Ce la faremo a nutrire tutti nel modo corretto ovvero a garantire alimenti che facciano bene alla popolazione globale? La risposta è teoricamente perché già oggi produciamo cibo sufficiente per 14 miliardi di esseri umani. Il punto è che un terzo viene sprecato, cioè non raggiunge il nostro stomaco, e che non si intravede la cosiddetta equa distribuzione (Francia): un miliardo di persone soffre la fame mentre quasi un miliardo e mezzo è afflitta da obesità. Senza contare gli animali che mangiano quasi per intero il cereale più diffuso al mondo, cioè il mais. E’ molto più probabile che l’aumento demografico si scontri a breve con una carenza di acqua dolce visto che facciamo ben poco per preservare questa risorsa davvero molto scarsa. Il vero problema, comunque, è costituito dall’attuale stile di vita e di produzione che stanno progressivamente distruggendo il pianeta, ovvero la base stessa della nostra sussistenza. Save the earth dovrebbe essere il monito finale più corretto. Le principali responsabili di questa situazione sono le emissioni di anidride carbonica che derivano dalla combustione fossile e che hanno fatto salire le temperature medie di 1 °C negli ultimi 100 anni a causa del fatto che tratteniamo più calore del necessario dal sole. Continuando di questo passo, nel 2050 avremo 2 °C in più. Anche il livello del mare desta qualche preoccupazione: è cresciuto di 19 cm nell’ultimo secolo ed è sufficiente un solo metro in più per veder sparire almeno il 10% delle isole esistenti. Potremmo iniziare quasi a salutare le Maldive. La verità è che sono i cambiamenti climatici a rappresentare la più grave minaccia per il delicato equilibrio terrestre: scardinano le migrazioni, generano acidificazione negli oceani, aumentano la presenza di vapore acqueo nell’atmosfera, provocano precipitazioni torrenziali e, poi, desertificazione. Seconda grande imputata, invece, l’agricoltura industriale: spacca gli ecosistemi, danneggia la biodiversità (Slow Food), inquina i campi, consuma troppe riserve idriche, provoca calamità tra cui frane e inondazioni, genera raccolti scarsamente energetici e quindi è fonte di malattie ma soprattutto uccide le api (UK) da cui dipende l’impollinazione della maggior parte delle piante da frutto. Terza rea non confessa la pesca intensiva che ha portato gli stock ittici al collasso (Monaco) e l’ambiente marino allo sfascio. Per non parlare degli allevamenti che generano il 18% del totale dei gas a effetto serra: se tutti consumassimo le dosi di carne degli americani non basterebbe l’intera superficie del globo per i pascoli. A tutto ciò si aggiunge un’inarrestabile cementificazione, un’assurda deforestazione e un’incredibile massa di rifiuti: 260 milioni di tonnellate l’anno di plastica non biodegradabile che magari viene ingurgitata dai pesci. Il risultato? L’aria è inquinata pertanto sono a rischio tutte le specie animali e vegetali (Austria). L’acqua è contaminata quindi assistiamo alla corrosione delle barriere coralline e alle piogge acide. La terra non è più fertile (Germania). Il bello è che tutto questo dipende solo ed esclusivamente dal nostro atteggiamento (Svizzera). Da poco cuore (Santa Sede). Dall’aver dimenticato il buen vivir (Ecuador). Molto meglio esser modesti per fare meno danni possibili (Ungheria, Slovenia, Estonia). E meno male che esistono ancora stati che non hanno mai dimenticato cosa significhi il rispetto per la natura (Nepal), l’amore per il tutto (Cile), il collegamento tra semina e moto degli astri (Messico). Pensando al futuro potremmo, per esempio, ripartire proprio dal cibo per ripristinare la salubrità di ciò che ci circonda abituandoci a prediligere varietà locali, a difendere le tipicità, a trovare fonti alternative di proteine, a utilizzare metodi di conservazione diversi (Corea), a osservare una dieta bilanciata ispirata alla piramide alimentare (Spagna), a introdurre nuovi ingredienti come la soia, la quinoa, il grano saraceno o il topinambur, a evitare i pack, a scansare il junk food (Stati Uniti d’America), a ridurre le bibite zuccherate, le merendine, i gamberetti tropicali e l’insalata di quarta gamma, a escludere la globalizzazione del gusto perché è vero che è fondamentale ingerire la giusta quantità di nutrienti ma la risposta può cambiare a seconda del punto di universo in cui ci troviamo. Secondo messaggio, sempre con riferimento al domani, sarebbe opportuna una conversione ecologica: sostenibilità integrale della filiera alimentare (Irlanda). Ergo. Declinare sulla piccola scala, diversificare i cultivar, abbandonare la chimica, presidiare il paesaggio, sfruttare il letame delle bestie, adottare un’irrigazione efficiente (Israele). Le biotecnologie sono senz’altro utili ma più nell’ottica di migliorare le antiche conoscenze che non di trasferirci su Marte (Paesi Bassi). La buona notizia è che il suolo può essere rigenerato (Russia) e che esistono ancora molti ettari di terreno disponibili purché non si esportino metodi di coltivazione deleteri (Marocco, Colombia, Brasile, Argentina, Angola). E’ inoltre importante trovare soluzioni di urbanistica più intelligenti (Belgio). Prediligere materiali da costruzione a basso impatto (Vietnam). Utilizzare energie rinnovabili (Kazahstan). Investire in beni durevoli di qualità (Italia). Effettuare proficui scambi (Kuwait, Qatar, Oman) anche di prodotti già trasformati (Thailandia) ma, soprattutto, collaborare (Emirati Arabi Uniti). Expo 2020. Nessuno stato singolo può affrontare le sfide della nostra epoca. Vanno trovati ‘new universal models for development‘ senza cedere al perfido inganno: la metamorfosi richiesta non comporta solo sacrifici. Immaginate una città con più verde, più giardini, più bici, più mercati a km 0, più arte. Avete mai letto Slow Town? Down to basics. Rivalutazione dell’economia primaria, connessione tra comunità locali e riallineamento ai ritmi biologici. Potremmo scoprire che esiste un calendario lunare (Cina). Festeggiare il capodanno a primavera (Iran). Imparare a destreggiarci tra le forze del cosmo (Giappone). Il grande pregio di Milano è stato quello di aver messo tutti a tavola. Il piatto è diventato condivisione, storia, conoscenza, amicizia, legame con risultati ben oltre le aspettative ma bisogna sapere che questo successo è figlio solo ed esclusivamente di una lunga tradizione, di una completa aderenza a un percorso già intrapreso, dall’aver reso onore al proprio talento. Ognuno sa far qualcosa. Mediolanum è da sempre vocata all’internazionalità. Organizzazione, indipendenza, coraggio, ambizione ed eleganza sono state declinate in un sistema di servizi funzionante. Una prova superata che stimola a ripetere con un’insospettabile grande vincitrice: la cultura. Il palinsesto proposto, infatti, fuori e dentro al sito, curato da istituzioni ma anche dai privati che ha visto  sinergia tra italiani e stranieri, ha trainato gli affari. Ora, però, che abbiamo preso un preciso impegno firmando una carta sul cardo, dovremmo pensare a come procedere. 35 anni a disposizione con grande vantaggio rispetto al passato: l’informazione digitale potrebbe dar seguito al dialogo appena cominciato. E se cucinare diventasse la ricetta per continuare a parlarne fino a Dubai? Magari in TV. Le competenze ci sono, come sottolineato da Giuseppe Sala alla fine dello straordinario evento. Non sarà il mercato a salvare il pianeta, insomma, ma l’uomo. Ecco che le parole del Financial Times diventano davvero preludio di un nuovo rinascimento. Ultimo inciso: le bombe non sono sostenibili. Ogni tentativo di pace, invece, .

Dopo ogni scommessa vinta, il gioco non è finito.
Ambrosianeum – 3 novembre 2015

#nonfiniscequi
#afterexpo2015
#ducatodimilano

SAVE THE GREEN EXPO 2015 MILANO
Padiglione Irlanda, Padiglione Nepal, Padiglione Sudan

LOBE CITY e BAMBÚ EXPO 2015 MILANO
Padiglione Belgio, Padiglione Vietnam, Padiglione Azerbaijan

API e AGRICOLTURA EXPO 2015 MILANO
Paglione Regno Unito, Padiglione Kazakhstan, Padiglione Ungheria

OLIO DI OLIVA e MAIS EXPO 2015 MILANO
Padiglione Spagna, Padiglione Messico

OSSIGENO e AMORE EXPO 2015 MILANO
Padiglione Slovenia, Padiglione Austria, Padiglione Cile

GIARDINI e SCAMBIO EXPO 2015 MILANO
Padiglione Iran, Padiglione Marocco, Padiglione Qatar 

ACQUA e TERRA EXPO 2015 MILANO
Padiglione Oman, Padiglione Russia, Padiglione Estonia

ARMONIA e MARE EXPO 2015 MILANO
Padiglione Giappone, Padiglione Monaco

DIALOGO e AZIONE EXPO 2015 MILANO
Padiglione Usa
, Padiglione Kuwait, Padiglione Germania

RESPONSABILITÀ e RIPARTIZIONE EXPO 2015 MILANO
Padiglione Svizzera, Padiglione Israele, Padiglione Francia

SPERANZE e OPPORTUNITA EXPO 2015 MILANO
Padiglione Cina, Padiglione Colombia, Padiglione Thailandia

FELICITA’ e CONNESSIONI EXPO 2015 MILANO
Padiglione Corea, Padiglione Brasile, Padiglione Ecuador

DONNE e INNOVAZIONE EXPO 2015 MILANO
Padiglione Argentina, Padiglione Angola, Padiglione Paesi Bassi

BELLEZZA e FUTURO EXPO 2015 MILANO
Padiglione Italia, Padiglione Santa Sede, Padiglione Emirati Arabi Uniti

*** EXPO 2015, MY PERSONAL TOP 10 ***

 

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