L’Ultima Cena, di Leonardo da Vinci

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L’Ultima Cena è stata l’ultima icona presentata a Palazzo Marino in occasione degli appuntamenti culturali organizzati durante Expo in Città 2015. Il grande capolavoro ha chiuso le sei conversazioni d’arte che hanno ricostruito l’identità di Milano attraverso una serie di importanti tasselli che ne hanno costellato la storia e non poteva certo escludere Leonardo, cittadino onorario della nostra città per più di 20 anni che qui ha lasciato niente poco di meno che l’Ultima Cena e il Codice Atlantico. Il più grande genio dell’umanità ha trovato proprio nella corte di Ludovico Sforza il luogo dove far fiorire il suo virtuoso talento. Non Firenze, troppo presa dalla disquisizione formale. Non Roma, troppo dedicata alla manifestazione retorica ma una roccaforte del nord dove arrivò nel 1482 a titolo di ambasciatore da parte di Lorenzo il Magnifico nell’ottica di intrattenere rapporti diplomatici e avviare uno scambio artistico che desse lustro alle due signorie. Il maestro toscano fu incaricato di portare una lira al Moro, strumento musicale che sapeva suonare, e approfittò per consegnare al Duca il suo curriculum. Dieci punti con un elenco preciso delle sue competenze: materia bellica e ingegneria ma anche pittura, in tempo di pace. L’accoglienza fu tiepida ma l’incarico della Vergine delle Rocce e un progetto per il tiburio del Duomo gli consentirono di trattenersi in città sino a che le porte del Castello non gli si aprirono: il suo ingegno era perfetto per intrattenere gli ospiti durante le feste del ducato con stupefacenti effetti scenici. Ben presto dalle scenografie passò all’urbanistica, all’architettura e all’idraulica senza dimenticare i ritratti che gli consegnarono la compiacenza dell’entourage sforzesco tra cui la celebre Cecilia Gallerani de la Dama con l’ermellino. Nel mentre, il nostro studiava. Era un grande assetato di sapere ed esplorava il mondo che lo circondava per capirne le invisibili leggi. La natura è perfetta. L’esperienza è vera maestra per l’autore. Nulla manca. Ogni dettaglio è necessario e nessun effetto è senza ragione. Basta osservare. E annotava, al contrario, da destra a sinistra, sui suoi fogli. Gli piaceva definirsi omo sanza lettere poiché detestava le vuote citazioni. Gli insegnamenti appresi, invece, si trasformarono in accurate geometrie accompagnate da annotazioni. Approfondì di tutto: anatomia, fisica, meccanica, botanica, astronomia, prospettiva. Conoscenza universale. Ogni aspetto della realtà incontrava la sua curiosità. E se l’intuizione diventò disegno, la pittura si trasformò in scienza: un’immagine racconta più di mille parole. Una poesia che si vede, non si sente ma penetra l’intelletto anche perché avendo lavorato molto sulla sezione aurea era in grado di utilizzare proporzioni che avrebbero suscitato vibrazioni cosmiche. Le sue opere diventarono, dunque, miniere di informazioni codificate ed è per questo che si sprecano teorie su misteriosi messaggi nascosti. In ogni caso, dato che la verità è sempre frutto di una percezione e di un rapporto che si crea tra oggetto e soggetto all’interno di un ritmo dinamico, Leonardo si divertì a creare figure enigmatiche che da un lato rappresentavano il tangibile ma dall’altro aprivano verso la trascendenza. C’è una cosa, però, che sfugge alla matematica: l’anima. Pertanto, i dipinti traboccano di sensazioni inespresse e lasciano indovinare almeno due o tre pensieri sovrapposti. Quando il Moro gli chiese di affrescare il refettorio di Santa Maria delle Grazie, la sua scelta non fu il tema obbligato poiché i monaci, per tradizione, consumano il pasto tra una crocefissione e un cenacolo ma il momento. Cosa lega il calvario finale al congedo terreno? Il tradimento. Un atto che porta sconvolgimento nella geografia delle posizioni all’interno di una relazione. Nulla, dopo, sarà mai più come prima. E così racconta le reazioni a ‘In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà’ scegliendo di rappresentare i 12 apostoli a gruppi di tre con un Cristo al centro luminoso, immobile e con la testa china verso il basso. Ai lati, il brusio umano mosso da un turbinio di sentimenti. In mezzo, una ferma solitudine che annuncia l’Eucarestia, mistero centrale di salvezza. Gesù tende le mani verso pane e vino, al crepuscolo. Più tardi dirà anche: ‘Chi ha visto me, ha visto il Padre’. L’opera fu recepita da subito come excellentissima. Leonardo consegnò l’affresco che poi non era un affresco ma tempera e olio su intonaco nel 1948, dopo 3 anni di lavoro. La tecnica sperimentata, però, si rivelò inadatta all’umido di una città d’acque pertanto presto iniziò un restauro che si prolungherà nei secoli sino al 1999 quando la scena tornerà il più simile possibile all’originale. Quindici minuti per vederla, di norma. Uscendo, val la pena entrare nella Casa degli Atellani, nel palazzo di fronte, dove è stata risistemata l’amata vigna che Ludovico Sforza donò a Leonardo in segno di stima prima di ‘cedere’ il suo elegante ducato ai francesi. A Milano, il da Vinci vagò in tutti i campi dello scibile senza porsi confini tra fattibile e fantastico. Sognò. Rischiò. Inventò. ‘Chi poco pensa molto erra‘.

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