Wake up for Climate

L’adesione della società civile a movimenti di sensibilizzazione e protesta sui cambiamenti climatici è in continua ascesa in tutto il mondo nonostante alcuni tentativi di ridicolizzarne contenuti ed eroi. In realtà, questa larga partecipazione è indispensabile e dovuta per fare sì che la politica si affretti a dare risposte concrete non solo agli appelli degli scienziati ma a una lunga storia fatta di quasi 50 anni di trattative, negoziati e impegni intercorsi a livello internazionale.

DAI LIMITI ALLO SVILUPPO UMANO ALLA NASCITA DELLE COP

La prima volta in assoluto in cui si presero in considerazione dei limiti allo sviluppo umano fu nel 1972 quando un pool di scienziati assoldati dal Club di Roma annunciò i problemi con cui si sarebbe confrontata la popolazione mondiale nel XXI secolo: ‘Badate che le risorse sono limitate e che lo sviluppo economico-sociale non può proseguire a lungo senza scontrarsi con i confini fisici del pianeta’. Il rapporto The Limits to Growth fu piuttosto chiaro sulla necessità di passare da una crescita che non tiene conto dei confini ecologici di madre natura a un progresso più equilibrato nel lungo termine.

Nello stesso anno, l’ONU nel perseguire la propria missione di migliorare la vita e il progresso sociale in tutto il mondo, convoca la prima Conferenza Mondiale sull’Ambiente, a Stoccolma: l’evento segna il punto di inizio della cooperazione globale sul tema della tutela della terra e dà origine a una dichiarazione condivisa da 113 nazioni in cui la difesa e il miglioramento dei territori che ci ospitano diventa scopo imperativo per tutta l’umanità. La necessità di comportarsi in modo prudente per non danneggiare ecosistemi, habitat, vita selvaggia, aria, acqua, flora e fauna anche immettendo sostanze tossiche nella biosfera emerge indelebilmente così come l’esigenza responsabilizzare le singole collettività.

Nel 1987, il rapporto Brundtland, alias Our Common Future, introduce il concetto di sviluppo sostenibile mentre nel 1988 nasce l’Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC – un ente neutrale a cui partecipano 195 Paesi che sarà deputato a riportare periodicamente sullo stato delle conoscenze scientifiche sul clima, su eventuali cambiamenti climatici e sugli impatti antropici sul pianeta in modo da erogare informazioni indispensabili ai governi per decidere.

Il primo rapporto del 1990 evidenzia da subito come le attività dell’uomo e l’utilizzo di combustibili fossili tra cui petrolio e carbone provochino un’immissione eccessiva di gas a effetto serra nell’atmosfera con la conseguenza di trattenere troppe irradiazioni solari presso la superficie terrestre e di generare un aumento delle temperature globali medie che infatti dalla seconda metà del XX secolo sono in crescita: una tendenza che va assolutamente invertita.

Nel 1992, sempre l’ONU, organizza a Rio il più importante incontro tra leader politici della storia per discutere di futuro dell’umanità: i rappresentanti di 178 Paesi riconoscono l’urgenza di un percorso universale che preservi le risorse non rinnovabili del pianeta e preveda non solo maggiori responsabilità per i paesi più industrializzati che hanno inquinato di più ma anche un sostegno ai paesi in via di sviluppo per una conversione generale verso modelli di produzione e consumo a basso impatto, trasporti ed energie meno inquinanti e il risparmio di una risorsa scarsa come l’acqua.

Il Summit della Terra genera la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Clima – United Nations Framework Convention on Climate Change – meglio nota come UNFCCC – un accordo che entrerà in vigore nel 1994 in base al quale le nazioni accettano l’idea che il sistema climatico sia un bene pubblico globale e che quindi le emissioni di gas a effetto serra vadano stabilizzate senza però introdurre limiti vincolanti o meccanismi di applicazione. In ogni modo si conviene di puntare a non superare la soglia di aumento di 2°C della temperatura media globale oltre la quale sarebbe altissima la probabilità di un significativo scioglimento dei ghiacciai ai poli e di un innalzamento del livello dei mari che renderebbe inabitabili isole e ampie aree costiere causando decine di milioni di sfollati dalle aree più vulnerabili.

Le autorità decidono inoltre di coinvolgere i propri cittadini, imprese, associazioni nell’adozione dell’Agenda 21, un Programma di Azioni da mettere in pratica nel XXI secolo che non comprometta il destino delle generazioni a venire: un insieme di buoni principi che trova largo consenso ma che in assenza di diritti e doveri si rivelerà poco efficiente.

Il terzo importante risultato di questo summit consiste nella nascita delle COP, Conference of the Parties, ovvero di una serie di incontri tra Stati che avrà cadenza annuale periodica, tendenzialmente nel mese di dicembre, che serviranno a fare il punto sui cambiamenti climatici e sullo stato dei progressi tecnologici in modo da innescare poi negoziati tra le parti che approdino a impegni ufficiali sul fronte delle emissioni e sugli interventi promessi nei confronti di paesi poveri.

DAL PROTOCOLLO DI KYOTO AI NEGOZIATI IMPOSSIBILI

La prima COP si tiene a Berlino, nel 1995, per verificare se il processo approvato dai Paesi industrializzati per riportare le proprie emissioni ai livelli antecedenti al 1990, preso ufficialmente come anno di riferimento, è in linea con gli obiettivi dichiarati nell’incontro avvenuto a Rio: le azioni intraprese si rivelano inadeguate pertanto occorrono regole più chiare.

Nel 1997, quindi, 180 Paesi si riuniscono a Kyoto in occasione di COP3 per capire come realizzare il trattato del 1992: viene introdotto un protocollo, da firmare, che specifica precisamente come centrare il contenimento delle emissioni.

E’ una tappa importantissima nel percorso della lotta ai cambiamenti climatici: i paesi sviluppati si impegnano a ridurre i gas a effetto serra mediamente del 5% rispetto ai livelli del 1990 per il periodo che andrà dal 2008 al 2012 in base a un principio di responsabilità comune ma differenziata. Le misurazioni includeranno: CO2, anidride carbonica derivata da combustione fossile in attività energetiche, industriali e trasporti; CH4, metano prodotto da discariche di rifiuti, allevamenti zootecnici e coltivazioni di riso; N2O, protossido di azoto dal settore agricolo e da industrie chimiche; HFC, idro fluorocarburi – PFC, perfluorocarburi – SF6, esafluoruro di zolfo dalle industrie chimiche e manifatturiere.

Gli sforzi, da qui in poi, verteranno alla ratifica del protocollo che per entrare in vigore necessita dell’adesione di 55 nazioni a economia sviluppata firmatarie dell’UNFCCC che rappresentino il 55% delle emissioni mondiali di gas con gli stati emergenti esclusi dai vincoli per non penalizzarne lo sviluppo. Cina, India e Brasile sono, dunque, nazioni non incluse nel patto con il risultato di portare gli USA a non accettarlo mai e altri paesi tra cui Canada e Giappone a dimostrare reticenza. Purtuttavia nel febbraio del 2005 con l’approvazione della Russia il protocollo entra in vigore salvo un ritiro del Canada nel 2011 a pochi passi dallo scadere dei primi termini di verifica. Si profila un lungo braccio di ferro tra i maggiori inquinatori del pianeta che da soli producono il 75% delle emissioni e gli altri, responsabili di poco o niente.

Nel 2007, durante COP13, a Bali si ammette che sarebbero da includere negli accordi anche le cosiddette economie emergenti che intanto stanno rilasciando emissioni altissime tanto è vero che in occasione di COP15 a Copenhagen, nel 2009, ci si rende conto che i gas serra sono saliti del 40% rispetto al 1990 anziché scendere con una concentrazione di CO2 in atmosfera al livello più alto mai raggiunto da due milioni di anni. Il tutto sempre senza accordi vincolanti.

La maggior parte dei paesi inizia a mettere in discussione l’efficacia del protocollo di Kyoto come strumento operativo anche se è servito a tracciare un percorso comune: a Doha, in Qatar, nel 2012, durante COP18 si iniziano a definire gli obiettivi per gli anni a venire anche se prevale l’idea di aspettare il 2015 per trovare un nuovo accordo che parta poi nel 2020. Solo Unione Europea, Australia, Svizzera e Norvegia che insieme emettono solo il 14% di gas serra accettano di adeguarsi al BIS che impone una riduzione del 18% rispetto al ’90. L’accordo, tuttavia, non entrerà mai in vigore.

Nel mentre, Stati Uniti, Canada, Russia, Giappone, Nuova Zelanda, Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa sono fuori da ogni impegno, compresa la prevenzione per danni da cambiamenti climatici nei confronti dei paesi più vulnerabili.

Nel 2014, arriva la stoccata di un nuovo rapporto dell’IPCC: contenere gli aumenti di temperatura sotto ai 2°C rispetto al periodo preindustriale significa ridurre le emissioni del 45% entro il 2030 e azzerarle entro il 2050. Altrimenti, entro la fine del XXI secolo, anche a seguito dell’aumento demografico mondiale, raggiungeremo tra i +3,7°C e i 4,8°C.

DALLA COP21 DI PARIGI ALLE ORIGINI DELLA PROTESTA CIVILE

Arriviamo, quindi, alla storia più recente e alla famosa COP21 che si tiene a Parigi: l’obiettivo è raggiungere dopo oltre 20 anni di negoziati un accordo planetario e far accettare accordi vincolanti a tutti gli stati compresi quelli caratterizzati da economie in via di sviluppo: 195 paesi, in pratica tutto il mondo, stabiliscono che il livello medio di aumento delle temperature debba stare inderogabilmente sotto 2°C – meglio ancora se sotto 1,5°C – con impegni presi in una nuova forma: le nazioni accondiscendenti indicheranno un obiettivo di riduzione delle emissioni volontario senza scadenze fisse e senza penalità in caso di mancato raggiungimento se non quella di apparire in una lista ‘name and shame’ in caso di inadempienza. La guerra ai cambiamenti climatici si trasforma, quindi, in una serie libera di buoni propositi.

I Governi si presentano a ogni modo a Parigi con i propri INDC – Intended Nationally Determined Contributions – cioè con le intenzioni di intervento sulle riduzioni che diventeranno NDC – Nationally Determined Contributions – ovvero impegni in caso di successiva ratifica. Potranno essere rivisti in corso d’opera ma solamente per essere rafforzati.

La UE indica come obiettivo una riduzione del 40% entro il 2030 e l’accordo entra in vigore nel 2016 con la ratifica da parte dei soliti 55 Paesi che rappresentano il 55% delle emissioni di gas serra. USA e Cina questa volta ci sono. Si è deciso di procedere con rapidità, di presentare piani nazionali completi aggiornati ogni cinque anni e di mobilitare 100 miliardi di dollari per i paesi più esposti ai rischi sopra citati che dal canto loro faticano ad adeguarsi alle nuove regole.

Il primo controllo quinquennale sugli interventi comunicati e poi presi sarà nel 2023. Poi a seguire, ogni 5 anni.

Nel 2017, in occasione della COP23 di Bonn, si rileva come l’accordo di Parigi abbia indubbiamente generato un impulso positivo con risultati che pochi si aspettavano e tanti segnali positivi: la Cina in testa ai Paesi inquinatori ha installato metà della potenza fotovoltaica mondiale e si è affermata come leader nella mobilità elettrica. L’India, terzo paese responsabile delle emissioni, ha frenato sulle centrali a carbone e accelerato sulle rinnovabili. Gli Usa, al secondo posto in fatto di emissioni, nonostante la marcia indietro di Donald Trump che ha rinnegato gli impegni di Obama, sono testimoni di un virtuoso proliferare di azioni dal basso da parte di città, stati e imprese che vanno a compensare la frenata delle politiche federali. Eppure, a conti fatti, messi insieme tutti i piani nazionali, gli attuali impegni NDC non bastano a raggiungere gli obiettivi definiti dalla COP21: per evitare disastri climatici occorre accelerare con decisione.

DALLA COP24 ALLA PRIMA DICHIARAZIONE DI EMERGENZA CLIMATICA

E veniamo alla COP24, l’ultima, che si è tenuta a Katowice, in Polonia nel dicembre del 2018.

L’IPCC divulga il suo consueto rapporto: è ormai inevitabile un aumento medio della temperatura globale di almeno 1,5°C sui livelli pre-industriali e avverrà nei prossimi 12 anni. E’ tassativo tagliare le emissioni del 45% entro il 2030 poiché si stima che gli attuali INDC porteranno a una crescita della temperatura di circa 3 gradi cambiando il clima di intere aree geografiche con conseguenze catastrofiche per milioni di persone che diventeranno profughi ambientali.

E’ diventato – di nuovo – urgente e indispensabile rivedere tutti gli impegni presi e rassegnarsi ad azioni radicali ma mentre alcuni governi concordano sull’importanza di introdurre regole precise sulla misurazione, verifica e successiva comunicazione dei propri NDC agli altri paesi, altre potenze sono riluttanti ad accettare vincoli rigidi e hanno addirittura messo in dubbio la veridicità del rapporto ufficiale: le economie fondate su estrazione e commercio di combustibili fossili temono la recessione. Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait non accettano restrizioni sulle emissioni così come il Brasile desidera libertà nella gestione della foresta amazzonica. In tutto questo, la giustizia climatica, la protezione dei diritti umani, delle vittime di condizioni estreme, tra cui gli indigeni, passa in secondo piano.

Uno spettacolo piuttosto triste in cui gli interessi economici, peraltro leciti, hanno prevalso su istanze di sopravvivenza ben più importanti. Ecco perché l’audacia di una ragazzina svedese di 15 anni che protesta è diventata virale. Ed ecco anche perché UK è stato il primo paese al mondo dopo 10 giorni di manifestazioni a dichiarare l’emergenza climatica.

DA OGGI ALL’APPUNTAMENTO CON COP25 – VALIDO PER TUTTI

COP25 si terrà in Cile nel 2019. Gli sforzi di tutti noi, per quella data, dovranno essere quintuplicati ma non è il caso di aspettare l’ultimo giorno per ammettere di non essersi dati fare. Sin dall’ultima edizione, l’invito a partecipare è rivolto anche alla popolazione civile, stimolata a prendere posto nella discussione al pari di istituzioni più alte: #TakeYourSeat.

Gli interessati ad aggiornamenti sullo stato dell’arte e sui comportamenti dei vari paesi possono connettersi all’ONU.

Se vuoi andare veloce vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme. María Fernanda Espinosa – President of the UN

 

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